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Anch’io sognavo il London Triathlon, di Andrea Zavaglia

Eccoci finalmente, si parte per Londra!
Il viaggio è programmato dai primi di novembre, dal giorno in cui ho deciso di iscrivermi al “famoso” London Triathlon, visto che la chiusura delle iscrizioni era prevista per la fine del mese stesso.

L’attesa è più che altro per la vacanza, per il ritorno a Londra, città sempre capace di dare nuovi stimoli, ma è innegabile il fatto che la gara sia al centro della programmazione, visto l’impegno logistico che richiede il fatto stesso di portare in aereo la bicicletta, completa di valigia rigida comprata per l’occasione.

La mia curiosità più grande è legata al vedere la macchina organizzativa che sta dietro ad una gara a cui dovrebbero partecipare circa 15.000 atleti: viste le precarie condizioni in cui spesso si trovano a lavorare gli organizzatori italiani e, per par condicio, anche le molte mancanze di alcuni di essi, voglio vedere cosa sono in grado di fare questi inglesi, cosa vuol dire avere dietro le spalle un main sponsor come Virgin, come si può tenere ferma una città – o almeno parte di essa – per due giorni di fila.

L’aspettativa è piuttosto alta: i video disseminati su internet, in particolare quelli promozionali sul sito della manifestazione, contribuiscono a impressionarmi positivamente, anche se mi chiariscono fin da subito che si tratta di una “festa” di triathlon e non di una gara come generalmente la intendiamo.

Ad esclusione infatti della competizione Elite, in cui è prevista la partecipazione dei gemellini inglesi, la suddivisione delle singole batterie è solo relativa alle distanze: non ci sono categorie, punti rank, age group…

Io mi sono iscritto allo Sprint. In realtà avrei preferito la distanza olimpica, avevo come la sensazione che avrei trovato più “triatleti”, ma impegnare tutta la domenica, giorno che a Londra per mia moglie è sacro e votato ai mercatini Vintage, proprio non si poteva.

Il giorno prima della gara, il venerdì, decido di mettermi in viaggio in bici verso il luogo della manifestazione. Visto che anche il giorno successivo dovrò raggiungerlo in bici, voglio conoscere con precisione la distanza e il percorso, sia per non sbagliare strada, che per non stancarmi inutilmente. Il fatto che sia una festa non significa che io non darò il massimo a livello personale.

Potrei raccontarvi delle innumerevoli piste ciclabili di Londra e di come pedalando si abbia la sensazione, anche fuori dalle vie più centrali, che qui ci sia un estremo rispetto per i ciclisti e per i loro mezzi, ma mentre pedalo verso l’albergo, dopo aver raggiunto e poi lasciato la destinazione, pensando all’articolo che dovrò scrivere per Daddo, sale in me un antico fuoco.

Premetto che io sono sempre stato un soggetto polemico, sempre pronto a criticare e a guardare il famoso pelo nell’uovo: basti pensare che tra i 20 e i 25 anni quelli che mi volevano bene mi chiamavano “Sgarbi” (quelli che non mi volevano bene naturalmente usavano epiteti più coloriti). Negli anni questa mia vena polemica si è lentamente sopita, lasciando molto più spazio al tentativo di mettersi nei panni dell’altro e di spostare punto di vista, di aspettare di conoscere i fatti prima di partire in quarta con critiche a volte senza fondamento.

Qui a Londra, anzi qui al Triathlon di Londra di Sir Richard Branson, non posso esimermi dal ripristinare la mia vecchia lingua biforcuta. Intanto il nome: London Triathlon!

Ma “London” che? Se fossimo a Milano, magari potrebbe essere il “Milano 2 Triathlon” o “Rho Triathlon”. E’ vero che Londra è grande, ma questo Excel, luogo della manifestazione, è nell’estrema periferia. Fa niente, mi dico, in fondo basta che sia una bella gara, passare in bici davanti al London Bridge – privilegio riservato ai soli atleti dell’olimpico – non è così fondamentale.

E così arriva il giorno della gara.

Il pacco gara, che avrebbe dovuto arrivare a casa via posta alcune settimane prima dell’evento, mi tocca ritirarlo direttamente sul posto. Penso che non lo spediscano all’estero di “default” e mi sento di giustificarli, visto che con tutti questi sponsor sarà qualcosa di voluminoso.

E invece si tratta di una busta A4 con il pettorale e gli adesivi da posizionare sulla bici e sul casco e con la guida alla gara, compresa di consigli per le settimane precedenti e lista delle cose da non dimenticare. Molto utile il giorno della gara!

Forse a fine gara, riconsegnando il chip, mi daranno la maglietta dell’evento, magari con un bel piatto di fish & chips…

Due compagni di sventura italiani trovano un posto dove, mostrando il braccialetto col numero, ti danno un sacchettino di stoffa marchiato Virgin stracolmo di volantini pubblicitari, oltre ad un fantastico campioncino di un deodorante spray da viaggio: ci sarebbe da commuoversi, se non fosse che gli stessi due si comprano la maglietta commemorativa dell’evento, in vendita a 15 Sterline presso l’apposito stand, cosa che fa crollare tutte le mie convinzioni riguardo l’omaggio di fine gara.

Omaggio che poi altro non è che una bella medaglia con scritto FINISHER, senza neanche la distinzione tra Super Sprint e Olympic Plus.

Quindi, mettendoci nei panni di uno che si è iscritto solo per poter andare in ufficio lunedì e dire di aver terminato il London Triathlon mostrando fiero la sua medaglia, immaginiamo quanto si possa sentire frustrato visto che, dopo aver fatto un Olympic Plus (1.500 + 80k + 10k) avrà portato a casa la stessa patacca di uno che invece ha partecipato ad un Super Sprint (400 + 10k + 2,5k) anzi no: la stessa di uno che ha fatto la staffetta, quindi solo una frazione, del Super Sprint!

So bene che è inutile, ma a fine gara, forte della cifra esosa pagata per l’iscrizione (non ricordo di preciso, credo 79 Sterline) vado all’help desk a chiedere cosa sia previsto in questa quota, ricevendo naturalmente un paio di sorridenti “I’m sorry!”…

Ma veniamo alla gara.

Le premesse non sono buone: la zona cambio, a livello periferico, è ben organizzata, con decine di lunghissime file, ognuna relativa a una singola gara, ma all’interno delle stesse non c’è un minimo di organizzazione: non ci sono i numeri, quindi metti la bici dove vuoi e soprattutto COME vuoi, per cui, anche se sembra illogico ed evidentemente poco pratico, capita di vedere tre quattro bici di fila messe nella stessa direzione, appese per le selle e con le ruote posteriori vicine tra loro, fino a creare un bel ventaglio di manubri schiacciati e incastrati.

Cerco di spiegare ad un “Team Leader” (una specie di capo volontario) che sarebbe il caso di dare un senso logico alle bici, ma l’unica cosa che questo mi riesce a dire, anche con una certa fermezza, è “You can’t touch this” quando io gli indico le bici che sarebbero da spostare. (se avessi nell’MP3 un vecchio disco di Mc Hammer, penso io…)

Quando è il momento di partire (ogni batteria parte con estrema puntualità, di questo devo dargliene atto) tutti ad ascoltare un altro team leader (che nel frattempo è diventato minuscolo, lo so, ma qui mi sembra che di “leader” ce ne siano un po’ troppi…) che spiega come affrontare il percorso: “Enjoy, mind the steps, keep it calm…” oltre ad incitarci con varie formule al limite tra i cori da stadio e le canzoni dei Marines.

Mentre nuoto nell’acqua discretamente fetida dei Docklands, mi trovo a notare la prima cosa veramente positiva dell’organizzazione, ovvero un buon numero di addetti alla sicurezza e un alto numero di boe di segnalazione, tutte unite da una fune gialla che delimita tutto il percorso.

Questo la dice lunga sulla concentrazione agonistica che mi sta spingendo, ma d’altronde sono entrato anch’io nel mood dell’evento e probabilmente due o tre minuti in più a fine gara non faranno alcuna differenza.

Quando arrivo in zona cambio, enorme, lunghissima, ma d’altronde non poteva essere altrimenti visto il numero di partecipanti, inizio già a sentirmi un alieno, visto che la maggioranza degli altri concorrenti cammina allegramente salutando amici e parenti.

Si parte con la bici. Niente scia: bello, l’idea di correre solo contro il tempo mi piace.
Se non conoscessi la media alla quale sto tenendo – circa 36 all’ora – penserei di essere un fenomeno: mi trovo letteralmente a fare slalom tra una fitta rete di turisti-ciclisti appartenenti a non si sa più quale batteria. Non mi sento né di criticarli né di ammirarli per il solo fatto di essere lì, solo mi stupisco di quanti siano e di quanto vadano piano, gli manca solo il cestino davanti!

Il percorso non è niente male, direi discretamente tecnico, con un paio di cavalcavia e diverse curve da affrontare con attenzione; peccato che il fondo stradale sia a tratti scandaloso: qua e là ci sono buche e ghiaia, ma in generale l’asfalto è decisamente sconnesso e addirittura ci sono tre punti del percorso con le classiche righe trasversali fatte per rallentare la velocità e farti vibrare fino al midollo spinale.
Mi pare ovvio quindi che, su migliaia di partecipanti, proprio io, al nono chilometro, debba bucare!

Incredibilmente la gomma regge, pur con qualche sbandamento in curva che mi costringe a rallentare un po’ (d’altronde se avessi usato il kit di riparazione al nono kilometro non sarei comunque arrivato alla fine) e mi abbandona solo sulla rampa finale (avete presente le salite dei box?!) a duecento metri circa dalla zona cambio. Ma questa è un’altra storia.

Correndo verso la mia corsia urlo ad un gruppo di “campeggiatori” di spostarsi dall’ingresso della stessa e visibilmente frustrato dalla loro noncuranza, decido di giocare a bowling con la mia bici sulle loro tibie: nessuno di loro mi rincorre incazzato, forse perché sono tutti morti, o forse perché sono lord inglesi, mah!

La frazione a piedi è la più divertente: lo slalom tra i “camminatori” qui è ancora più esagerato, visto che, forse complice la stanchezza, ma dovrei dire la morte apparente, molti si dimenticano di tenere la sinistra; gli spettatori, che qui finalmente sono davvero vicini, sono scatenati; i ristori sono abbondanti; a metà di ogni giro c’è pure una bella doccia fresca, dove, a questo punto, non mi sarei stupito di vedere alcuni fermarsi con shampoo e bagno schiuma.

E poi c’è l’arrivo.
Foto, medaglia, ancora foto. Podio! Per tutti!
Poi ciao e arrivederci!
Vuoi la maglietta? 15 sterline.
Pasta Party? A casa tua.
Ti vuoi lavare? Un bel tuffo nei docklands, perché qui di docce non ce ne sono.

Dopotutto sono inglesi… mi dice qualcuno.
Forse questa è la botta peggiore della giornata.
Io devo tornare a casa pedalando, posso anche non fare la doccia, ma tutta la gente che se ne andrà in macchina? In treno? In metropolitana? Wow
Avete presente la pubblicità del WC NET fossa biologica, quella con i nani da giardino?!
Puzza Puzza Puzza che Puzza!

About The Author

daddo

Dario 'daddo' Nardone, triatleta, speaker, giornalista e mental coach entusiasta e appassionato, l’endurance scorre nelle sue vene e fa parte della sua vita, sportiva e lavorativa, dal 1995. Pronto con il pettorale, con il microfono o dietro il suo portatile, sui campi gara in Italia e in giro per il mondo. Desiderio, Decisione, Dedizione… Fino in fondo #daddocè! #ioTRIamo

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